Dove danzano gli angeli

Un canto d’amore, un urlo soffocato, un lungo viaggio senza risposte che ci trascina con forza nel mondo dei giovani d’oggi, fatto di feste fino all’alba ma anche alloggi di fortuna, di sogni TV e lavori precari, di fatui progetti e dolci abbandoni, un mondo dove tutto corre e il futuro è ancora da cercare.

“Non c’era più un posto per noi. Lo sapevamo. Ma non ne avevamo ancora parlato seriamente. Troppe domande ci avrebbero assalito, troppi dubbi. Era meglio rimanersene lì, a cullarsi nel presente divagando sui nostri sogni. Quelli, nessuno ce li poteva portare via.”

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Il romanzo “Dove danzano gli angeli”, edito da IL FILO (di cui Alda Merini è presidente onorario), potrà essere richiesto in tutte le librerie italiane da dicembre.
I vecchi lettori non devono preoccuparsi. E’ rimasto com’era nato, imperfetto, ruvido, col colore che ogni tanto sbava.

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Qui di seguito troverete la copertina e  i primi due capitoli.  In fondo alla pagina, la possibilità di scaricare gratuitamente il PDF dell’intera opera. 
Buona lettura.

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Ciò che non è in mezzo alla strada è falso, derivato, vale a dire: letteratura.
————————————————————————-(Henry Miller)

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capitolo I

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VOGLIO CANTARE.
Lo desidero sopra ogni altra cosa.

Emanuela, a te voglio cantare

Non importa se sono confuso, non importa se i miei pensieri naufragano, non importa se sono stritolato dal tempo che calpesta incurante le nostre vite, non importa quello che mi diranno.
Le corde sono tese.
La tua bellezza illuminerà la strada, darà voce alle parole morte e armonia alle note stonate.
Cercherò di imbrigliare il mio ego, cercherò di non perdermi in inutili fraseggi. Se urlerò, perdonami; sarà solo perchè tutti possano sentire. Se violerò la nostra intimità, perdonami; sarà solo per dare vera luce. Se la mia voce diventerà stridula, perdonami; sarà solo perché ti sto parlando col cuore.
Quando la mia anima avrà finito di vibrare ci sarà il vuoto. E se questo canto non sarà bello come avrei voluto ti chiederò nuovamente perdono.
Tu lo apprezzeresti.
E tutti faranno silenzio.

Sono sdraiato sul mio piccolo letto, non so più neanche da quanto tempo, lo sguardo fisso verso il muro sporco di fronte a me. Un turbinio di pensieri mi assale; non riesco a darmi pace. Vorrei alzarmi e correre via, correre dove? correre dovunque, correre fino allo sfinimento. Ma mi sento troppo stanco.
La camera è ammutolita. La giornata è grigia. La luce accesa. Dalla finestra un poco aperta arriva il fastidioso rumore di un camion che sosta con motore acceso nelle vicinanze. E’ da una settimana che stanno facendo dei lavori nel condominio vicino.
Mi accendo una sigaretta, è la terza in pochi minuti. La fumo avidamente continuando a fissare quel muro sporco. Sento bussare alla porta. E’ quel diavolo di canadese. “Entra” gli dico, rimanendo disteso nel letto. Lo ripeto più volte, alzo la voce. Finalmente apre la porta. Rimane sull’uscio e mi chiede qualcosa in quell’inglese troppo inglese che non riesco a comprendere. Cosa stai dicendo? Cosa vuoi?
“I don’t understand. What do you want?”
Il canadese gesticola e sputa frasi. Gli ho detto mille volte di parlarmi lentamente ma niente, non lo vuole capire. Sono troppo abbandonato per ripeterglielo. Spero se ne vada presto. Vede un pacchetto di sigarette sul letto e me lo indica.
“Do you want a cigarette?”
Forse ce l’abbiamo fatta.
Fa cenno col capo biascicando qualcosa.
Poteva dirlo subito senza tanti giri di parole, una frase semplice scandita bene.
Gli allungo il pacchetto. Prende una sigaretta, mi ringrazia e se ne va. Quando è uscito rimpiango già la sua inutile presenza. Un attimo e ricasco in quella strana sensazione di solitudine totale, di abbandono.
No, tutto non può essere finito..

E’ autunno e abito a Milano in un’affittacamere dove divido il cesso con altre cinque persone. Bisogna fare i turni e non essere incontinenti. E’ da circa un mese che sono qui in attesa di trovare migliore sistemazione. Ma da giorni ho smesso di cercare. Non so più se voglio rimanere in questa città. In realtà non so neanche dove potrei andare. Semplicemente non sto pensando al futuro. Non è il momento adatto.
I miei coinquilini sono tutti stranieri. Modelli con le tasche vuote. Come me. Figuranti alla ricerca di un palcoscenico che tarda a venire. Sono quasi tutti simpatici. Conversiamo poco però, e a fatica. Problemi di lingua. Quando gli esseri umani parleranno tutti la stessa lingua vivremo in un mondo migliore, ne sono quasi sicuro. Dico quasi perché la certezza ormai non fa più per me. Ho troppe domande e pochissime risposte. Ma adesso non voglio pensarci.
Scruto la mia camera. Non penso di averlo mai fatto. Non c’è molto in realtà da guardare. Un letto scheletrico appoggiato alla parete, un armadio stretto e alto dove non ci sta quasi nulla, un porta-grucce in metallo dove sono appesi i vestiti, tre grandi scatoloni adagiati per terra dove tengo le scarpe e i libri. Infine, accanto al letto, un mobiletto di vernice bianca: sopra ho la sveglia e il vecchio computer dove sto scrivendo. Sto battendo i tasti con mezzo culo in fuori. Se mi appoggio allo schienale della mia vecchia poltrona sprofondo. Le pareti della stanza sono bianche, deserte. E’ vietato attaccare poster o appendere qualcosa. Questo è tutto. E’ come un uomo senza sesso: non sa di nulla. E non che me ne sia mai fregato molto. Ma adesso.. Adesso ho bisogno di un ambiente familiare, di radici. Qualcosa che mi tenga aggrappato. Degli oggetti che possano risvegliare in me il tempo perduto. Quello che ero. Quello che sono.
Sento il telefono squillare. E’ Lara. Mi chiede come sto. Risposta: di merda. Lei dice che forse sarebbe meglio che tornassi a casa visto il momento. Il figliol prodigo che torna nei momenti di debolezza? Sì, può essere. Ma non subito. Prima voglio strisciare un po’. Urlare, piangere in libertà. Vedere dove posso arrivare. C’è sempre un fascino misterioso nella sofferenza.
Guardo fuori dalla finestra. Le foglie muoiono sugli alberi e il vento se le porta via. Il vento della vita: soffia sempre ma spesso non ce ne accorgiamo. E’ brutto quando succede.
Ricordi e pensieri ritornano imperterriti ad invadere la mia mente: è inutile scappare.

Ho quasi finito i soldi ingrassando i “borghesotti” milanesi. Le mie speranze si stanno dissolvendo. Ho passato gli ultimi mesi pensando di essere uno scrittore; notti a pigiare tasti inebriandosi della propria creatura. Era morta ancora prima di nascere: oggi ho buttato tutto via. E ne sono felice. Prima consolazione dopo il caos.
Ho passato mesi a creare burattini, a cercare storie avventurose, a interrogarmi sull’amore, il destino, la felicità, la bellezza, il progresso, il bene, il male e il giudizio di valore. Mesi a cercare definizioni e battute avvincenti. Era solo vanità. Oggi tutto questo è stato spogliato definitivamente. Mi è rimasto un po’ di amaro in bocca.
E’ inutile tormentarsi il cervello. Tutto un giorno tornerà chiaro senza sforzi né fatiche. Adesso lo so.
Tutto passa. Anche questa giornata passerà.

Emanuela, che ne è di tutto quello che ti ho scritto?
Ti piaceva quello che scrivevo. E allora aspetta quello che ho intenzione di fare. Camminerò a piedi scalzi sopra i cocci di vetro e sputerò parole di fuoco per disinfettare le ferite. Senza paura. Chiamerò fiche le fiche e angeli gli angeli. Come i grandi hanno insegnato.
Non mi rimane altro da fare.

E’ tardi. Il cielo si è fatto buio.
Lo senti il ticchettio della mia sveglia sul comodino?
E’ il tempo che passa.
E’ ora di iniziare questa lunga storia.

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capitolo II

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Tutto incominciò una notte di più di un anno fa, nel caldo giugno di una lunga estate. Di quella notte mi è rimasto solo un ricordo confuso, fatto di sguardi, pensieri, atmosfere, fugaci dialoghi. Ed è come tuffarsi in uno strano sogno, ripercorrerlo adesso.
Mi trovavo in una discoteca, una piccola discoteca dal forte odor di chiuso e dal vago sapore di vecchio night di periferia. Buia, triste. C’era poca gente. I più erano attorno al bancone del bar, a bere o a fumarsi una sigaretta guardando la piccola pista da ballo tempestata da pacchiane lucette colorate, dove un gruppetto di persone si muoveva senza convinzione. La musica era alta, cercava di riempire tutto quel vuoto. Sedute sui divanetti alcune coppiette si guardavano in giro, come se fossero in attesa che lo spettacolo iniziasse. Ma non c’è più nessuno spettacolo. Non può più succedere nulla. E’ l’una passata e anche questa serata non può che scemare, mi dico appoggiato al bancone del bar. Guardo Dario quasi a cercare nel suo sguardo un’approvazione al mio pensiero. E’ anche lui un animatore. E come me è intrappolato, costretto a rimanere qui controvoglia finché tutti i clienti non se ne vanno via.

La discoteca era stata riaperta da due settimane, dopo chissà quanto tempo. L’idea era stata del nuovo direttore dell’hotel. Visto che l’abbiamo, perché non utilizzarla, aveva detto. Offriamo un servizio più completo ai nostri clienti.
In realtà i nostri clienti erano quasi tutti vecchi, e della discoteca non glie ne fregava niente. Dopo lo spettacolo in teatro, si facevano un digestivo al pianobar in piscina, e se ne andavano a dormire.
Veniva giusto qualche coppietta, per lo più di mezza età, e i ragazzini. Decine e decine di ragazzini. I genitori stavano al bar e loro saltavano in mezzo alla pista. Erano i peggiori i ragazzini. Non se ne volevano mai andare a dormire. Il deejay finiva a mettere della musica terribile per cercare di persuaderli.
Donne sole, o con amiche, per vivacizzare le serate, non se ne erano ancora viste in hotel. Forse una o due. Nulla di eclatante, comunque. E il nostro responsabile ci aveva fatto intendere di non sperarci troppo, che con l’arrivo dell’alta stagione le cose non sarebbero migliorate. Non era insomma uno di quei villaggi dove speravo di finire, con orde di giovani e ragazze che ti entrano in camera.
L’avevo aspettata palpitante quest’estate. L’avevo sognata. Desiderata da anni. E durante tutta la tirata per gli esami universitari, in quelle tristi giornate di sole passate sotto i libri a inculcarsi nozioni e definizioni, non facevo che pensarci. Mi dicevo: dai, è l’ultima fatica. Poi ti aspettano tre mesi di puro divertimento, libero da progetti e da ogni pensiero. E adesso che l’estate era iniziata, mi trovavo con l’amaro in bocca.
Ordinai un cocktail al barista, e me ne rimasi lì, confuso nel chiacchiericcio intorno al bancone dispensando sorrisi e qualche battuta da repertorio - Come va il soggiorno? Vi trovo abbronzati! Che fate, non ballate? Vi è piaciuto lo spettacolo? – battute da cui nascevano quasi sempre fugaci conversazioni. E mentre sono ancora lì, col bicchiere in mano, a soffocare gli sbadigli, vedo una ragazza scendere dalla scalinata a chiocciola dell’ingresso. Ha un passo lento, lo sguardo basso, a metà scala sembra fermarsi, quasi indecisa se continuare. Mi soffermo a guardarla, sembra sola. Quando ha sceso anche gli ultimi gradini la sua presenza si fa grazia. E’ alta, altissima. Vestita tutta di bianco. Ha lunghi capelli biondi raccolti all’indietro, i lineamenti del viso delicati, la bocca grande, carnosa. Appena alza lo sguardo trova i miei occhi, lì davanti a lei, a pochi metri. Mi sorride, accennandomi un saluto. E il suo viso si illumina, si fa dolce, reale.
La guardo scivolare via, verso i divanetti, con uno sguardo pesante, che vuole farsi sentire. Deve essere una modella..
“Da dove salta fuori?” domandai a Dario. Dario passava tutto il tempo in spiaggia, era l’istruttore di canoa, forse l’aveva già vista.
Mi guardò con un sorrisetto ebete da ti-ho-già-letto-nel-pensiero-ci-hanno-pensato-già-in-tanti.
“E’ qui da soli due giorni. Passa tutta il tempo sotto l’ombrellone. La sera esce sempre.”
“Ecco perché non l’ho mai vista!”
“Comunque è accompagnata.” e con lo sguardo mi indicò l’uomo che le era andato a sedersi accanto, un uomo sui trent’anni, dalla carnagione scurissima e i capelli corti, un poco brizzolati.
“Cazzo! E’ dieci centimetri più basso di lei!”
Non ci volevo credere. Dario alzò le spalle e appoggiò il suo bicchiere sul bancone “Senti, io vado in pista, prima che venga a dirmi qualcosa il capo. Ho già cazzeggiato troppo, qua al bancone..”
Nascosto tra gli ospiti me ne rimasi a guardare quella strana coppia quasi ipnotizzato. Chiacchieravano leggermente discosti, non sembrava che avessero molta intimità. E non sembrava che avessero neanche tanto da dirsi. Doveva essere il pappone, pensai, quello che sgancia i soldi. Sempre così: bisognava fare i soldi nella vita, altro che storie. La situazione mi irritava. Mi faceva impazzire. E quando quell’uomo si alzò e venne al bancone, lo scrutai da cima a fondo, mosso più da invidia che da curiosità. Era vestito sobriamente, la camicia bianca un po’ aperta, dei jeans, un paio di scarpe eleganti.
Cosa aveva di tanto particolare per meritarsi una ragazza così bella, qual’era il suo fascino?
Mentre lo guardavo allontanarsi con due bicchieri in mano mi arrivò la voce di Claudia: “E’ proprio un bell’uomo!”
Mi girai di scatto, sentendomi quasi sbeffeggiato. Stava spettegolando con la sua collega di boutique. Si stava facendo sentire da tutti, di proposito. Era gelosa per tutti gli sguardi indiscreti verso quella ragazza, capo animatore compreso, con il quale flirtava di nascosto. Le sue parole fecero scoppiare una vivace conversazione attorno bar, un vociferare sottile, riserbato. Quella coppia aveva ormai catalizzato l’attenzione di tutti. E la nottata aveva improvvisamente fatto un salto.

Finii il mio cocktail e me ne andai in pista. Non avevo molta voglia di ballare, ma non potevo sottrarmi. Non ci era permesso di stare troppo tempo al bar, specialmente quando la pista era quasi vuota. Bisognava coinvolgere, mostrarsi sempre energici ed allegri. Tra quelle lucette colorate mi muovevo disinvolto, a ritmo, senza però grande impegno. Sapevo ballare, mi piaceva anche, ma in quella discoteca, tra mocciosetti e coppiette di mezza età, mi sentivo sempre a disagio. Mi mettevo ai bordi della pista e non mi spostavo da lì, lanciando di tanto qualche sorriso per non mostrarmi troppo sulle mie. Ora però mi muovevo con più convinzione, ciondolavo la testa, muovevo le spalle, abbassavo il bacino, coinvolgevo alcune donne sottraendole al consorte. Cercavo di catturare la sua attenzione. Di tanto la guardavo anche, di sfuggita, con quella falsa indifferenza di chi desidera qualcosa ma sa che non potrà averla. Lei era sempre seduta; accendeva una sigaretta, beveva, poi accendeva un’altra sigaretta. Le canzoni si susseguivano, una dopo l’altra, e nulla sembrava distoglierla da quel divanetto. Probabilmente era abituata ad altri locali, ad altre frequentazioni. Non si era mai fatta vedere prima, era difficile sperare ad un suo coinvolgimento. Ma quando avevo già smesso di pensarci, sulle note di una canzone in voga quell’estate, si alzò. Appoggiò il bicchiere sul tavolino, disse qualcosa al suo uomo e raggiunse la pista a piedi scalzi. E non solo: tagliò la pista puntando dritto verso me.
Un attimo e mi è accanto. Mi guarda dritto negli occhi, mi sorride, sembra dirmi: “Ciao, sono qui!”. E inizia a ballare, senza mollarmi un attimo con lo sguardo.
Mi sta sfidando. Vuole fare un po’ la troietta per fare ingelosire il suo uomo. Chiaro. Aspetta che gli cadi tra le braccia, così, per divertirsi. Ma se crede che mi lasci usare facilmente si sbaglia. Si sbaglia.
Continuo a muovermi come se nulla fosse. Tengo le distanze. So che la prima mossa non deve spettare a me. So che devo avere pazienza. Ma la musica ci spinge sempre più vicini. Adesso la canzone cambia ancora, il ritmo incalza. Le luci rimbalzano sulla pista, lei oscilla la testa, le sue braccia si gettano in cielo. Continua a guardarmi, i nostri corpi si fanno ancora più vicini. E adesso i suoi seni mi sfiorano. Mi eccito, il gioco sta andando oltre, sento che sto perdendo il controllo della situazione. Mi discosto, mi guardo attorno per sbollirmi, per prendere tempo: è un girotondo di occhi, di sorrisi maliziosi quelli che mi circondano. Guardo il suo uomo, sembra che la situazione non lo scaldi.
Cosa devo fare?
Appena ritorno su di lei, trovo già i suoi occhi che mi aspettano. Mi sorride, ha un sorriso che non riesco a decifrare.
Cosa vuoi da me? perché ti sei messa a giocare con me?
Il ritmo incalza, i nostri corpi si avvicinano di nuovo. E adesso non resisto più, la mia mano scivola sulla sua, le dita si accarezzano. Una veloce giravolta e la stringo a me. Inizio a sentire il suo corpo, inizio a scoprirlo con la mano. Sento solo il desiderio di baciarla, lì davanti a tutti, senza aspettare. Voglio prenderla con forza, sprofondare le mie mani, spingerla contro le mie labbra. Mi basta un nulla, mi basta allungare un po il collo..
Non puoi. Non puoi.. cerca di stare calmo..
Mi guardo in giro di nuovo, cerco di prendere nuovamente tempo. Non puoi. Succede un casino, ti licenziano immediatamente.. Sei arrivato da poco. Stai calmo. C’è il suo uomo che ci sta guardando. Non fotterti. Giocatela con calma. Hai ancora un paio di giorni prima che la settimana finisca, prima che lei se ne vada..
E adesso mi è di nuovo accanto, di nuovo mi guarda. Le prendo la mano, ancora i nostri corpi che si intrecciano, ancora i suoi occhi, ancora le sue labbra finché all’improvviso la musica salta. Il deejay ha steccato nel cambio di dischi. Ci troviamo fermi, uno accanto all’altra, mano nella mano.
Mi sorride. “Sei un bravo ballerino”
La sua voce è dolce, con un’inflessione leggermente meridionale.
“Anche tu”
La musica riprende, dalla cabina il deejay fa cenno con la mano per scusarsi.
“E’ stato molto bello.” mi dice.
Non balliamo più? Non dirmi che è già finito?
Sorrido. Adesso tra di noi non c’è più aria di sfida. C’è uno strano imbarazzo.
Lei guarda l’orologio, sembra sorpresa: “Sono già le tre, è meglio che vada.”
“Di già?”
“Si. Domattina parto presto.”
“Come domattina? Domani è giovedì!”
“Non faccio la settimana completa. Avevo prenotato solo tre giorni.”
Non ci credo. Non è possibile.. dannazione.. Adesso cosa faccio? Chiederle il numero di telefono, così su due piedi, è brutto, rovineresti tutto.. Dagli un appuntamento.. più tardi in spiaggia.. ma come faccio.. cosa gli dico..
“Scusa ma ora devo proprio andare..” e la sua mano scivola via. “Grazie della serata”
No, non andare via..
“Buonanotte!”
“Anche a te”
Sono un fesso.

Non le dissi nient’altro. La guardai andarsene verso il divanetto e uscirsene accanto al suo uomo, risalendo lentamente la scala a chiocciola dalla quale era entrata improvvisamente nella mia vita.
Me ne andai al bar, avevo bisogno di bere qualcosa. Si avvicinò subito Dario con un sorrisetto malizioso.
“Allora cosa vi siete detti?”
“Niente. Parte domattina.”
“Domattina?”
“Si, lascia perdere. Ma sei sicuro che quello era il suo tipo?”
Uscendo dalla discoteca non si erano dati neanche la mano.
“Li ho sempre visti assieme. Dormono anche nella stessa camera.”
Sorrisi. Mi passò per la mente che non ci eravamo neanche presentati. Era stato tutto strano, come in un sogno. L’avrei mai rivista?
“Che c’è?” domandò Dario.
“Nulla”
“Bella, eh?”

La notte si spense velocemente tra qualche canzonetta e futili chiacchiere al bar. Prima che si spegnessero le luci anche qualche ospite curioso venne a stuzzicarmi. Ma non c’era più nulla da dire. Quella notte era finita. Quella notte che chiedeva ancora di vivere, di essere spogliata, era finita.
Disteso sul letto in camera non riuscivo a togliermela dalla testa. Attanagliato dai dubbi e dai rimorsi dilatavo quei brevi momenti trascorsi assieme. Perché me la sono lasciata scappare? Era lì tra le mie braccia, sarebbe bastato un nulla in quel momento.. Mi voleva o desiderava solo fare un po’ la troietta? Perché l’ho conosciuta solo stasera? Perché domani parte?
Era buffo: non sapevo nulla di lei eppure tutto di lei mi parlava. L’eleganza nei movimenti, il suo sorriso, la sfrontatezza con la quale si era avvicinata, il calore della sua voce, trovavo sensuale perfino come portava la sigaretta alla bocca. Era solo una cotta come tante?

Le luci erano spente. Tutti ormai dormivano. In quel silenzio iniziai a immaginare di stare assieme lei, sdraiato sulla sabbia fredda mentre lo sciabordio del mare accompagnava le nostre carezze. I baci che non finiscono mai sotto il cielo stellato, le promesse prima di lasciarsi. E poi amaramente mi trovai a pensare alla vita. A come la vita si giochi spesso in pochi istanti.
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continua..

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